Palazzo Fulcis, la dimora dell’arte a Belluno

La cerimonia di inaugurazione del nuovo museo Civico di Belluno è fissata per giovedì 26 gennaio, alle ore 17:30, presso il Teatro Comunale di Belluno. Al termine della stessa sarà possibile visitare il museo, nella nuova sede di Palazzo Fulcis con ingresso contingentato fino alle 22:00.
Inoltre fino al 5 febbraio l’entrata al nuovo Museo Civico di Belluno è gratuita.

Ospite d’eccezione Tiziano Vecellio con la sua Madonna Barbarigo, in mostra fino al primo maggio.

Adorable Belluno vi porta a conoscere più da vicino Palazzo Fulcis, posto nel cuore del centro cittadino, affacciato su via Roma, di fronte allo storico Teatro Comunale. Il palazzo settecentesco, un tempo dimora di una delle famiglie più in vista della città, ora appartiene a tutti i bellunesi ed è destinato a diventare il gioiello culturale delle Dolomiti.

Palazzo Fulcis la casa dell’arte a Belluno

Palazzo Fulcis ieri

Palazzo Fulcis deve il suo nome alla nobile famiglia bellunese Fulcis, attestata come residente in Belluno già dal Trecento ed iscritta al Consiglio dei Nobili dal 1512.
Poco si conosce sulla storia del palazzo nei secoli che precedono il Settecento, certo è che nel 1776 l’architetto Valentino Alpago Novello (1707-1793) si occupa, in occasione delle nozze di Guglielmo Fulcis con la contessa trentina Francesca Migazzi de Vaal, dell’ampliamento del palazzo.
Palazzo Fulcis viene arricchito con l’elegante e possente facciata su via Roma, vengono creati due monumentali portali di accesso e un imponente scalone. La dimora viene dotata inoltre di una grandiosa sala d’onore e gli spazi interni vengono impreziositi con decorazioni a stucco e straordinari pavimenti in seminato, a motivi rococò.

Palazzo Fulcis oggi

Oggi Palazzo Fulcis mantiene inalterato il fascino che lo ha contraddistinto nei secoli. Esso consta di tremila metri quadrati destinati allo spazio espositivo, distribuito su 5 piani e articolato in 24 sale espositive. Il lavoro di restauro, finanziato dalla Fondazione Cariverona  è stato affidato allo studio Arteco di Verona e ha visto la stretta collaborazione tra il curatore museale Denis Ton e l’architetto progettista Antonella Milani.
Ma veniamo al palazzo, cosa è cambiato del suo antico aspetto? Poco o nulla, poichè l’opera di restauro non solo ha mantenuto il più possibile inalterato l’aspetto originario di questa splendida residenza cittadina, ma anche ridato vita ad elementi dell’epoca. Oggi spiccano, più belli che mai, i delicati decori del piano nobile e gli affreschi che arricchiscono il soffitto del Grande Salone del secondo Settecento e gli affreschi di fine Ottocento, che animano altri ambienti del palazzo. Nel restauro del Fulcis sono stati recuperati anche i pavimenti con motivi rocaille e gli stucchi tardo barocchi.

Cosa c’è di nuovo? Di nuovo ci sono gli impianti di sicurezza e condizionamento, una nuova scala principale ed un ascensore, tutto trasparente per accedere ad ogni piano. Interventi necessari all’adeguamento funzionale del nuovo Museo Civico di Belluno.

Opere e artisti del Museo Civico di Belluno

Come avete potuto capire Palazzo Fulcis è già di per sé un’opera d’arte e riuscire ad inserire l’intera collezione del Museo Civico di Belluno, che consta di ben 600 opere, in degli spazi così fortemente connotati, non è stata un’impresa semplice.
La stessa struttura del palazzo obbliga ad un percorso museale non sempre rettilineo, anche se altamente suggestivo, potete starne certi.

Quali sono le opere che si possono ammirare tra le stanze del Fulcis?

Il Museo Civico di Belluno conserva delle splendide collezioni, a cominciare dalla collezione Zambelli: una delle più importanti raccolte di porcellane del Settecento del Veneto. La collezione di gioielli Prosdocimi Bozzoli, i bronzetti e le placchette del conte Florio Miari, donate al museo dal figlio Carlo, le matrici xilografiche della tipografia Tissi, e le raccolte grafiche, tra le quali spiccano i disegni di Andrea Brustolon, i lavori di  Diziani, fino ai fogli di Demin e Paoletti. E poi ancora le stampe da collezione, tra le quali c’è il fondo Alpago-Novello che consta di oltre 1400 fogli.

Ma chi sono gli artisti della collezione museale bellunese? Andiamo per ordine e vediamo se ne conoscete qualcuno.

Quattrocento e Cinquecento

In questa splendida dimora dell’arte vivono, attraverso le loro opere, due bellunesi attivi nel Quattrocento e Cinquecento, sono Simone da Cusighe e Matteo Cesa, poi c’è Jacopo da Montagnana, ritenuto uno degli artisti più importanti per la diffusione, nella terraferma veneta, del linguaggio rinascimentale di Giovanni Bellini e Antonello da Messina.  Vi suonano familiari questi nomi? Allora conoscerete di certo anche Pomponio Amalteo, Domenico Tintoretto, Bernardino Licinio, Francesco Frigimelica o Palma il Giovane.

Seicento, Settecento e Ottocento

Nelle stanze del secondo piano del Museo Civico di Belluno si possono incontrare alcune tra le personalità più importanti che popolano il museo e allo stesso tempo approfondire i temi conduttori nodali per la storia dell’arte a Belluno.

Per quanto riguarda il tema del paesaggio, gli artisti chiave di questi tre secoli sono Marco Ricci, Antonio Diziani, Giuseppe Zais, fino a Ippolito Caffi e Alessandro Seffer.
Belluno è stata anche terra di scultori del legno, tra i quali spiccano Valentino Panciera Besarel e il più famoso Andrea Brustolon.
L’esposizione prosegue con la scultura dell’Ottocento e con le opere di tematica risorgimentale e ritrattistica.

I bellunesi dal Cinquecento all’Ottocento

Sempre al secondo piano di Palazzo Fulcis e più precisamente in uno dei corridoi coperti che si affacciano sul cortile, è esposta la raccolta di tavolette votive della chiesa di Sant’Andrea, che ci porta indietro nel tempo, alla scoperta della grande devozione ma anche dei costumi del popolo bellunese.

Sebastiano Ricci

Sebastiano Ricci è la star del Museo Civico. Nato a Belluno nel 1659, durante la sua vita ha lavorato da nord a sud Italia, ma anche in Inghilterra e Francia.

Osservare i dipinti di Sebastiano Ricci ci permette di fare un viaggio a ritroso nella pittura europea, dalla stagione barocca a quella rococò. Al museo sono esposte La Pazienza di Giobbe, un’opera del Seicento, il Riposo durante la fuga in Egitto, espressione di uno stile nuovo e più libero, probabilmente del periodo inglese, La Testa della Samaritana, proveniente dal perduto ciclo  di villa Belvedere a Belluno datata 1718 e Il satiro e la famiglia del contadino, opera questa della produzione matura, caratterizzata dalla maniera “di tocco” sviluppata da Ricci.
Altre tre opere del pittore bellunese, conservate al Museo Civico, esulano però dal percorso museale e sono esposte al terzo piano, in attesa di tornare nella loro sede originale, vale a dire il camerino Fulcis. Esse sono la monumentale Caduta di Fetonte, l’Ercole e Onfale e l’Ercole al bivio.

Breve Storia del Museo Civico di Belluno

La storia del Museo Civico di Belluno inizia nell’anno 1872 quando il medico bellunese Antonio Giampiccoli decide di donare alla comunità la sua raccolta di dipinti, su tavola e su su tela. A questa si aggiunse presto un’altra donazione, quella di Carlo Miari che decise di regalare l’intera raccolta del padre Florio che consta di bronzi, medaglie, placchette, monete, sigilli, manoscritti e libri.

Ad essere sinceri la prima vera collezione del Museo Civico Bellunese risale al 1837 quando a Belluno venne istituito il Gabinetto Provinciale Naturalistico della Provincia, poi Gabinetto di Storia Naturale e Industria Patria, con le raccolte naturalistiche del medico e botanico bellunese Alessandro Francesco Sandi, cui si aggiunsero quelle zoologiche di Angelo Doglioni.

Nel 1876 venne istituita la Commissione Provinciale Conservatrice dei monumenti d’arte ed antichità di Belluno e Osvaldo Monti venne nominato ispettore agli scavi e ai monumenti. Per l’esposizione della raccolta civica, una delle più antiche del Veneto, venne scelto il palazzo del Collegio dei Giuristi, in piazza Duomo, che fino ad oggi è rimasta la sede del Museo Civico di Belluno.

Negli anni a seguire la collezione del Museo Civico è andata ampliandosi, grazie a donazioni e acquisizioni.

Foto di Andrea De Martin


La Madonna Barbarigo dell’Ermitage in mostra a Belluno.

La mostra La Madonna Barbarigo dell’Ermitage è un evento di grande rilevanza, non solo perché accompagna la riapertura del Museo Civico di Belluno, in uno dei palazzi più belli della città, ma soprattutto perchè porta il capolavoro di Tiziano nella sua terra natale.
Sono passati 167 anni da quando il dipinto lasciò i confini italiani e ora torna tra le Dolomiti, tra quei paesaggi che videro nascere il genio di Tiziano.

Il soggetto dipinto da Tiziano nel quadro la Madonna Barbarigo è importante per la sua grande espressività cromatica, ma soprattutto perché rappresenta un modello devozionale  elaborato dal Maestro, replicato e copiato nei secoli successivi, fin oltre il XVI secolo.

La mostra bellunese La Madonna Barbarigo dell’Ermitage è l’occasione per mettere a confronto il capolavoro del museo di San Pietroburgo, con altre due opere. La prima è una versione autografa del soggetto, proveniente dal Museo di Belle Arti di Budapest, dal titolo la Madonna con il Bambino e san Paolo, mentre l’altra è la Madonna con il Bambino e Santa Caterina, una delle più significative repliche di bottega, conservata alle Gallerie degli Uffizi a Firenze.

La mostra La Madonna Barbarigo dell’Ermitage vuole essere un omaggio al pittore cadorino, alla sua terra d’origine e un grande regalo per tutti i bellunesi.

Madonna Barbarigo storia di un dipinto.

La storia del dipinto la Madonna Barbarigo inizia a Venezia, intorno alla metà del 1500.
Nella meravigliosa città lagunare e più precisamente in Calle dei Biri, vive un importante pittore italiano. Il suo nome è Tiziano VecellioTutti voi conoscete il pittore cadorino, maestro del colore.

Cosa faceva Tiziano a Venezia? Dovete sapere che a metà del XIV secolo egli era un pittore affermato. Conosciuto e amato dai potenti dell’epoca, che gli commissionavano importanti lavori, Tiziano era anche un accorto titolare di bottega.

Tiziano aveva un figlio, il suo nome era Pomponio Vecellio, ed è proprio lui che nel 1581 vende la casa del padre, morto nel 1576, ad un nobile veneziano: Cristoforo Barbarigo. Il Barbarigo compra la casa e tutto ciò che essa contiene, anche i quadri del maestro. Proprio tra questi c’è la tela raffigurante la Vergine con il Bambino e Maria Maddalena, che prese poi il nome di Madonna Barbarigo.

I Barbarigo vivevano nel palazzo Barbarigo della Terrazza, che nel Settecento divenne uno dei luoghi di maggiore attrazione culturale a Venezia. Uno scrigno che conteneva una delle collezioni d’arte più famose del tempo, grazie soprattutto alla presenza dei diversi lavori del maestro cadorino.

Gli anni passano e gli eredi di Cristoforo decidono di vendere l’intera raccolta, tanto cara al loro avo e così nel 1850 lo zar Nicola I acquista l’intera collezione veneziana.
La Madonna Barbarigo arriva all’Ermitage a San Pietroburgo, dimora dei Romanov fino al 1917. Qui l’opera viene ridipinta con un pesante strato giallognolo, che ne compromette il giudizio sulla sua qualità.

Madonna Barbarigo oggi

Oggi la Madonna Barbarigo è conservata nelle sale del museo russo, restaurata dallo specialista dell’Ermitage Serghej Kisseliov che è riuscito a riportarla all’antico splendore.
Il quadro, in mostra come dicevamo a palazzo Fulcis, dal 27 gennaio al 1 maggio 2017, è un capolavoro della maturità di Tiziano.

I colori utilizzati dal maestro sono intensi, donano vita alle figure e definiscono la bellezza dei particolari. Il viso della Madonna, dalla pallida carnagione rosa, risalta nella cornice celeste del suo velo. Il velo stesso segna il passaggio perfetto dall’ombra alla luce, in una resa perfetta della profondità. Ma quante tonalità di blu servono per creare il mantello della Madonna Barbarigo? Tiziano ne ha usate tre, una diversa dall’altra.

Il fondo del quadro è realizzato con una mistura di pigmento terroso e ferroso (ocra) e biacca. L’imprimitura invece è assente, gli strati di colore sono stati applicati direttamente sul fondo e legati insieme con olio di semi di lino.

 

La mostra La Madonna Barbarigo dell’Ermitage, curata da Irina Artemieva e Denis Ton, è promossa dal Comune di Belluno, grazie alla disponibilità del museo dell’Ermitage, al sostegno della Fondazione Cariverona e alla collaborazione di Ermitage Italia.


Quando il museo è smart

Il Museo Civico diventa smart

Quante volte vi è capitato, aggirandovi per le sale di un museo, di soffermarvi davanti ad un’opera per osservarla, cercando qualche indizio che vi aiutasse a comprenderne il più recondito messaggio? Poi stanchi di fantasticare sul perché l’artista abbia scelto quel soggetto e perché abbia deciso di rappresentarlo in quel dato modo, avete deciso di affidarvi alla didascalia per comprenderne il più intimo significato.

Di un’intera mostra, siate sinceri, quante didascalie avete letto? E quante di esse in maniera troppo superficiale?

Ad essere realisti, in un contesto quale è quello contemporaneo, nel quale in pochi ormai si soffermano a leggere con attenzione un testo per più di sei secondi, le lunghe didascalie che accompagnano le opere d’arte risultano ormai superate e noiose. Non vi pare?

L’app che ci guida al museo

Ecco perché il museo civico di Belluno ha scelto izi.TRAVEL, un’applicazione destinata sia ai musei che agli utenti, gratuita e sostenibile, capace di rivoluzionare il mondo delle audioguide.

Izi.TRAVEL infatti permette di realizzare delle audioguide scaricabili su tablet e smartphone, che permettono all’utente di approfondire l’opera che si trova davanti.
L’applicazione inoltre, una volta scaricata, funziona anche off-line.

I musei possono inserire le descrizioni del loro patrimonio storico ed incrementare i contenuti anche attraverso la pubblicazione di ricostruzioni video, che vengono lette dall’applicazione grazie ad un semplice QR code posizionato vicino all’opera.

Gli utenti, dal canto loro, possono recensire i luoghi che hanno visitato e le opere che hanno potuto ammirare per poi condividere la loro esperienza sui social network, dando modo anche a molti loro amici e followers di conoscere tesori artistici poco famosi ma senza dubbio unici e meravigliosi.
Una scelta, quella del Museo Civico di Belluno, fatta soprattutto per richiamare l’attenzione di un pubblico giovane che sembra essere poco attratto dai preziosi tesori artistici che questo piccolo scrigno conserva e che rende disponibili alla fruizione di tutti.


Il custode di Piazza Duomo? Abita al Museo Civico

La curiosità di oggi riguarda la famosa Fontana di Piazza Duomo, monumento che tutti, bellunesi e turisti, hanno visto migliaia di volte, dal vero o in fotografia. Vogliamo parlarvi di un particolare di questo monumento di cui pochi conoscono la storia, in quanto effettivamente poco nota; stiamo parlando della statua che sormonta il dado di pietra della fontana. Chi rappresenta? Qual’è la sua vicenda?

La statua rappresenta San Gioatà, il martire militare ucciso perché cristiano sotto Diocleziano (inizio IV secolo) in Cireniaca. Il suo corpo arrivò a Belluno nel IX/X secolo, nello stesso periodo in cui arrivarono in Italia quelli di San Marco, San Vittore, San Giorgio e di altri santi martiri africani e mediorientali in fuga da un’islamizzazione sempre più cruenta.

I suoi resti si trovano tuttora nella cripta del Duomo, in una cassa di legno di pero dipinta di verde.  Apprendiamo la sua storia dal poema di Pierio Valeriano intitolato “1512 Joathas rotatus”, ossia “San Gioatà alla ruota”, a cura di Marco Perale.

La statua risale al 1461; l’opera fu scolpita da un autore appartenente all’ambito veneziano, in particolare alla scuola del famoso Bartolomeo Bon; non si conosce il nome dello scultore della statua di San Gioatà, ma sappiamo che si tratta del medesimo autore del portale di Santa Maria dei Battuti (oggi collocato nella chiesa di Santo Stefano).

Forse qualcuno si stupirà nell’apprendere che la statua, che dall’alto della fontana domina Piazza Duomo, è in realtà una copia dell’originale. Infatti, sebbene quella fosse la sua posizione originale, in seguito al terremoto del 1873 venne trasferita all’attuale Museo Civico per impedirne un ulteriore danneggiamento; solo nel 1933 venne sostituita con una copia quasi identica alla statua autentica. E fu così che San Gioatà poté di nuovo proteggere, dall’alto della sua posizione privilegiata, la splendida Piazza del centro storico di Belluno.

L’originale dell’opera d’arte si trova al Museo Civico di Belluno; ci teniamo a ricordare che, oltre alla statua, esiste anche un polittico di Simone da Cusighe, risalente alla fine del 1300, che raffigura San Gioatà, anche se, come ci ha raccontato il curatore del museo Denis Ton, è un finto polittico perché realizzato in un’unica tavola. Un’opera affascinate che unisce la cultura giottesca e quella emiliana, con qualche tratto gotico.

Forse adesso che conoscete la storia di San Gioatà e della statua di Piazza Duomo, oltre a passarci davanti rivolgerete un piccolo cenno di saluto a questo personaggio? E andrete a visitare anche l’originale?